Social, news e politically correct

  • Limiti e competenze dei social media, tra libertà d’opinione e censura

Social, news e politically correct

I social media sono piattaforme dove tendenzialmente non ci sono limiti alla propria libertà di espressione, dove gli utenti sono invogliati a rimanere grazie a una miriade di contenuti nuovi ogni giorno e, anzi, proprio a loro è chiesto di generare news e condividere informazioni.

È il bello del paradigma di Internet di oggi, dove l’utente diviene il protagonista delle trasmissioni, del flow continuamente aggiornato e vivo nel presente, nel quale esprimere tutto quello che passa nella testa.

Ma forse, tutta questa libertà non è così utile lasciarla agli utenti. Andrebbe verificato il contenuto di ciò che viene condiviso, o segnalato in modo da riconoscere se che ciò che si sta leggendo poi così vero non è. Anche se il confine con la censura è davvero labile. Ma cosa succede se le piattaforme decidono di cominciare a mettere una mano più pesante alla limitazione dei contenuti? E se queste segnalazioni arrivano nientemeno che al presidente degli Stati Uniti d’America?

È successo proprio qualche tempo che fa che Twitter abbia segnalato come “incitamento alla violenza” un tweet del POTUS, relativamente alle proteste avvenute dopo l’arresto di George Floyd. Ovviamente la reazione di Trump non si è fatta attendere: ha presto firmato un ordine esecutivo, con l’intenzione di procedere a ridurre le protezioni che hanno i social e le piattaforme online, che, proprio in quanto piattaforme e non giornali, non hanno l‘obbligo e la responsabilità di controllare i contenuti che vengono pubblicati al loro interno.

Questa mossa ha scatenato molteplici commenti e riflessioni da diverse parti. Diversi proprietari di piattaforme si sono dimostrati preoccupati per queste rimostranze; Mark Zuckerberg, CEO di Facebook, ha rincarato però la dose criticando Twitter per essersi espresso a limitare i contenuti, anche se rimane importante l’impegno dei giganti della socialità a contrastare le fake news dai giganti, che è ormai in atto da anni.

Grazie ad algoritmi di intelligenza artificiale e deep learning, milioni e milioni di dati testuali e visivi vengono scansionati e analizzati per cercare indizi se sono contenuti falsi o malevoli, portando alla segnalazione o alla cancellazione degli stessi. Non sempre però i rilevamenti funzionano: se da una parte, per esempio la foto di una madre che allatta può essere rilevata come pornografica, dall’altra l’intelligenza artificiale non riesce a riconoscere le nuove “minacce” consentendo a nuove notizie false di diffondersi, come è successo recentemente con le bufale sul Covid19.

Non manca poi il lavoro di revisori umani che proseguono il fact checking delle informazioni, ma nonostante questo, la guerra alle notizie false è tutt’ora in corso e con molta fatica, perché se il contenuto spesso si riesce a dimenticare – per quanto su ”Internet data manent”, gli autori difficilmente si riescono a punire, la notizia ha generato una catena di infestanti figliocce che perpetuano la nefasta influenza della notizia stessa e in generale, sono davvero troppi i contenuti buoni e cattivi da controllare.

Ma dall’altra parte del discorso si vengono a porre nuove domande: chi decide dunque cosa è giusto e cosa è sbagliato? Chi determina quanto una notizia può essere nociva? Le piattaforme di social media erigeranno dei comitati di “validità delle news”? E come saranno selezionate le persone dedite a questa attività? E inoltre, queste limitazioni e “accortezze”, non porteranno verso una forma di censura? E che tipo di informazione sarà dunque possibile veicolare, creando una nuova teoria di agenda setting?

Per le piattaforme social quindi, l’ago della bilancia oscilla tra la libertà per gli utenti di scrivere la qualunque e l’impegno a contrastare il più possibile fenomeni di fake news. Se dalla loro è difficile e complessa la gestione e la verifica di questi flussi di informazioni degli utenti, dall’altra possono essere proprio questi ultimi, i principali “revisori di sé stessi”: controllare le fonti, cercare più prove a sostegno delle proprie tesi, veicolare contenuti ufficiali e, a volte, anche tacere quando non si sa abbastanza di una notizia, possono essere i primi passi per un Internet più consapevole.

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Categoria: Comunicazione Digitale Facebook Internet Social Media Marketing

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Dettaglio News 26/11/2020 E-Business Consulting
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